Senza affari e senza piazza
Il listino della Borsa di Milano, misurato a giugno 2012, figura al ventesimo posto della classifica mondiale: come dire che ha perso una posizione all’anno dal 2002, quando Piazza Affari era la nona Borsa mondiale. Se si analizza l’ultimo decennio, la Borsa italiana è in assoluto quella che ha fatto peggio tra le venticinque principali piazze internazionali, con una capitalizzazione complessiva ormai pari all’uno per cento del totale mondiale.
5 AGO 20

Il listino della Borsa di Milano, misurato a giugno 2012, figura al ventesimo posto della classifica mondiale: come dire che ha perso una posizione all’anno dal 2002, quando Piazza Affari era la nona Borsa mondiale. Se si analizza l’ultimo decennio, la Borsa italiana è in assoluto quella che ha fatto peggio tra le venticinque principali piazze internazionali, con una capitalizzazione complessiva ormai pari all’uno per cento del totale mondiale. Non sono dati sconosciuti agli analisti e agli operatori, ma a leggerli tutti in fila, nel rapporto “Indici e dati 2012” diffuso ieri dall’ufficio studi di Mediobanca, colpiscono per la loro crudezza. Nel bilancio negativo vanno ovviamente tenute in considerazione cause strutturali largamente indipendenti dalla volontà degli operatori nazionali, o che sopravanzano inevitabilmente i pur storici limiti di dimensionamento del mercato finanziario italiano: dalla crescita delle economie emergenti alla fusione di Milano con la Borsa di Londra, alla grande crisi finanziaria e di tutta l’economia. Senza contare poi il delisting effettuato negli anni su Piazza Affari da parte di investitori nazionali e internazionali. Resta però il fatto che la capitalizzazione delle banche nel listino di Piazza Affari è calata del 50 per cento negli ultimi cinque anni e che secondo un altro dato fornito, e forse più sorprendente, dal 1996 a oggi (un periodo di diciassette anni) l’investimento in Borsa è risultato negativo per dodici volte, e solo in tre casi ha superato il rendimento che si sarebbe ottenuto acquistando dei Bot.
Sulla prima pagina di oggi raccontiamo e cerchiamo di dare un’interpretazione non dietrologica ma neppure banale di uno scontro (anche generazionale) che si sta consumando nel mondo economico e finanziario italiano, e che ha prodotto negli ultimi giorni almeno due segnali inequivocabili di nervosismo: le polemiche che hanno accompagnato la sortita finanziaria milanese di Matteo Renzi, e le dure parole con cui Nanni Bazoli, presidente del Consiglio di sorveglianza di Intesa SanPaolo e rispettato decano della finanza italiana, ha attaccato “l’indegno” concetto della rottamazione. Che cosa c’entrano i dati declinisti dell’ufficio studi di Mediobanca e le scaramucce dei salotti finanziari ed editoriali? Sicuramente niente, dal punto di vista formale e a rigore di logica. Non fosse che di fronte a un paese la cui economia reale non cresce da vent’anni, e che in dieci è scomparso dal panorama borsistico mondiale, l’impressione del fallimento di tutto un establishment economico è netta. Se sul fronte della politica l’effetto di tutto ciò produce il grillismo o il renzismo, non è così impensabile che sul fronte dei poteri economici e finanziari si possa produrre un effetto analogo. E’ un fenomeno che va osservato con cura.